• “Carcere: investire nel sociale, non su grandi opere nè su nuove prigioni”
    11/03/2012 | Pamela Iamundo | Edicola di Pinuccio

    CONTRO OGNI ATTACCO alla dignità umana. Si continua a leggere e a sentir discutere di maltrattamenti o di mancanza di umanità nel trattamento riservato ai detenuti delle nostre galere. Di ogni categoria: dal detenuto comune, piccolo spacciatore di periferia, al più pericoloso dei boss mafiosi costretto nella morsa di un regime di pura tortura, altrimenti identificato nel codice penale sotto il nome di 41bis. La domanda che spesso viene posta a chi lotta difendendo i diritti dell’essere umano detenuto è: “metteresti in libertà o eviteresti la galera per chi ha commesso un dato reato?”. Va intanto sottolineata l’erroneità di questa domanda, poiché non si tratta certamente di una politica del “liberi tutti” quanto piuttosto di un rispetto delle leggi che regolano la detenzione.

     

    Si tratta, fondamentalmente, di tutelare e rispettare i diritti e la dignità dell’essere umano, anche all’interno di un carcere. Altrimenti, dichiariamoci favorevoli alla legge del taglione senza ulteriori ipocrisie; di conseguenza cancelliamo dalla nostra Costituzione ogni riferimento alla dignità, al rispetto e alla tutela di ogni essere umano e non dichiariamoci Stato civile. E ancora, l’ignoranza ci impone di considerare l’evento tragico come il punto di partenza di una riflessione fine a se stessa, sia che vada a tutela dell’individuo, sia che vada verso la concezione della punizione e della vendetta come unico rimedio ad una grossa piaga sociale. È proprio qui che sta, a mio avviso, il fattore scatenante di una lunga serie di riflessioni che, se non dovessero tenerne conto, risulterebbero sterili. Se si andassero ad osservare più da vicino le realtà sociali in cui molti, moltissimi dei nostri “criminali” sono cresciuti, si noterebbe subito un tessuto sociale sporco di miseria, di sotto cultura, di abbandono. Non a caso i fenomeni di mafia, ndrangheta e camorra nascono al sud, territori di miseria che per secoli hanno subito attacchi e colonizzazioni da ogni popolo che hanno impedito la nascita di una identità come popolo. Ma anche senza dover scovare nel remoto passato delle nostre regioni, basta osservare oggi dove il crimine prende piede: ci si accorge subito, senza doversi inoltrare in complicati studi sociologici e/o antropologici, che la maggior parte dei reati viene maturato in ambienti diseredati in cui è quasi impossibile parlare di cultura quanto di subcultura; in zone in cui, come si suol dire, lo Stato è assente, come le estreme periferie delle città in cui vengono concentrate tutte le tipologie sociali meno abbienti (famiglie con reddito basso, stranieri senza lavoro, disoccupati che non possono mantenersi un affitto in una casa dignitosa, ecc…).

     

    In un contesto del genere sarebbe quasi giustificabile (ma non voglio giustificare) il crearsi di situazioni per cui delinquere è l’unico metodo per “tirare a campare” e garantire un minimo di sopravvivenza a sé e alla propria famiglia. In un quadro del genere non dovrebbe risultare azzardato un confronto tra la lotta contro la Tav e le situazioni di degrado in cui vertono le nostre carceri. Lo Stato continua ad investire in grandi opere tralasciando di occuparsi della reale condizione di miseria, degrado, ignoranza in cui verte l’Italia. Per tornare al discorso delle carceri, la riflessione non dovrebbe rimanere nella superficialità della pena in sé, quanto piuttosto nelle strategie che un Paese dovrebbe attuare per evitare che in galera ci si finisca. E se proprio ci si finisce, sempre lo Stato dovrebbe preoccuparsi di investire non tanto sulla costruzione di nuove galere pronte a contenere e torturare altri criminali, ma di studiare delle pratiche che dall’interno delle mura carcerarie accompagnino l’individuo detenuto ad una coscienza di sé e del proprio reato, aiutandolo a maturare l’idea che la sua realtà non è l’unica possibile. Affinché venga fatto ciò, però, è necessario che l’alternativa venga costruita. È nel sociale che bisogna investire, non su grandi opere, né su nuove carceri, né su peggiori punizioni da infliggere a chi sbaglia.