• “Cari ragazzi la vostra voce disegna il futuro”. Il pm Lombardo ai giovani di Riferimenti
    19/02/2012 | G. Lombardo, sost. proc. Dda RC | Il Quotidiano della Calabria

    MI RIVOLGO AI RAGAZZI: a quelli di Riferimenti, che dimostrano grande sensibilità sociale, e a tutti gli altri, che hanno ancora un urlo strozzato in gola. Quella che voglio raccontarvi è la storia di un terra che mi ha sempre dato l’impressione di essere senza voce. La Calabria è silenziosa, anche quando dovrebbe urlare: è la silente storia della nostra storia.Èlastoria cheraccontalavita di persone, perbene, che amano questa terra in modo viscerale: ma che tante, troppe volte, hanno immaginato il giorno in cui andranno via per un motivo qualsiasi. Quanto mi è costato lasciarla, quella terra,quando l’ho lasciata. Quantomi sono sentito profondamente legato a quel territorio, che da lontano sentivo più mio, più vicino: certamente ancora più bello. Quante volte non ho avuto il coraggio dimanifestarlo apertamente quell’amore, quante volte non sono stato capace di superare, di contrastare gli stereotipi di cui qualcun altro, altrove, aveva bisogno. Quante volte ho pensato che quella terra aveva bisogno di me, e che in fondo non l’avrei mai lasciata del tutto: tante volte ho creduto che i ragazzi come me erano il futuro ed erano lì  per fare qualcosa di buono, di nuovo, per dare finalmente “voce” a quella forma di orgoglio, troppo pudìco, che spesso è stato sovrastato dalla violenza verbale dei pregiudizi altrui. Quante volte ho provato quelle sensazioni, insieme al profumo che sa di buono di casa mia: lontano da quei luoghi ho immaginato un futuro distante da quella casa, in cui sono nato e cresciuto, in cui mi sentivo forte.

     

    Ogni tanto vi facevo ritorno e la mia mente, oggi, va ai discorsi che facevo ai miei genitori, cercando di spiegare perché non riuscivo ad immaginare un futuro per quella realtà, che trovavo ogni anno peggiore, ogni giorno più triste. Ricordo lo sguardo di mio padre, magistrato burbero solo in apparenza, che mi guardava divertito e silente, come la Calabriaama fare:avrei capitomolti anni più tardi laragione profonda di quel silenzio. Sapeva, e non voleva accelerare il corso della mia vita con discorsi che allora non avrei ascoltato, che un giorno avrei capito che solo tante solitudini, quelle che noi meridionali sentiamo dentro, sarebbero diventate la vera forza di una grandecomunità di persone libere. Forse anche per questo, mi ha sempre colpito quanto diceva qualche anno prima di morire Paolo Borsellino invitato a parlare della città in cui viveva e lavorava: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace, per poterlo cambiare” (Paolo Borsellino). Non servono strumenti culturali raffinati per interpretare al meglio questa grande verità: basta chiudere gli occhi e riflettere liberi da consigli e da condizionamenti esterni, consapevoli che nessuno ha il diritto fino in fondo di giudicare la mia o le vostre scelte, il significato che vorrò ovorretedare. Anchequellacheracconta Paolo Borsellino era la storia di una terra di frontiera, come la nostra: anche la storia che ci racconta in quella frase parla di amore e di cambiamento, parla di sogni e di speranze. Di sogni e speranze è fatta la vita speciale dei ragazzi, la forza vera di questa terra: è la perdita della spinta ideale che ci fa invecchiare, che trasforma la vita degli adulti in unpercorso pienodi ostacoli.

     

    Quella spinta la perde chi siritrova solo nella inevitabile battaglia quotidiana. Non è necessario chiedere agli adulti quantevolte si sono sentiti soli:èpiù importante chiedere dove hanno trovato la forza di reagire, per chi lo hanno fatto. Lo hanno fatto per voi ragazzi, per il vostro futuro! È a voi che voglio suggerire un motivo in più per combattere la solitudine: è nemica della legalità. L’uomo solo non ha bisogno di leggi, non ha bisogno diregole, scritteo nonscritte, che disciplinino la sua vita in relazione a quella degli altri: l’uomo solo, anche volendo, non potrà mai pestare i piedi a nessuno. L’uomo solo gioca una partita che non potrà mai perdere: è una partita però che non vincerà mai! Oggi non mi rivolgo a voi da magistrato, vi parlo da amico: e vi dico che i magistrati, come Rosario Livatino, sanno bene cosa sia la solitudine, è una sensazione che chi è chiamato a giudicare l’agire di un altro uomo vive sulla sua pelle.È connaturata alla funzione del giudice la consapevolezza di decidere della vita altrui in perfetta solitudine. Da uomo solo è morto Antonino Scopelliti, ucciso dalla ndrangheta il 9 agosto 1991, mentre percorreva una strada di periferia alle porte di Reggio Calabria: da pochi giorni era stato incaricato di svolgere le funzioni di pubblico ministero nel giudizio di Cassazione relativo al maxi-processo alla mafia palermitana istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nino Scopelliti la solitudine la conosceva eccome: ‘…Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come un naufrago, solo col pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso...’ (A. Scopelliti)

     

    Tre aggettivi: libero, onesto e coraggioso! Chi può dirsi davvero libero, onesto e coraggioso. Solo le persone che non hanno mai chiesto niente a nessuno, che non devono niente a nessuno, che hanno camminato e camminano con le proprie gambe, che non conoscono la collusione ed il compromesso: se penso ad un uomo libero, onesto e coraggioso, mi viene inpito di costruire: state sicuri che chi ci ha preceduto la sua parte l’ha fatta. Ora tocca a noi immaginare il nostro futuro e cercare di costruirlo al meglio, tutti insieme, con entusiasmo, con passione. Le mafie non costituiscano mai un alibi per non fare! Quel nonfare di ognuno di noi è l’armapiù forte di cui la mafia dispone: quel sistema criminale diviene perfetto proprio nel momento in cui per prevaricare non ha più bisogno di minacciare, di uccidere, di danneggiare, di violentare. Quando lo spazio di libertà c’è, perché qualcuno anche a costo della propria vita è stato in grado di crearlo, è nostro dovere affermare che quello spazio è di ognuno di noi! Il bravo giudice, prima ancora quale semplice cittadino, ha questo compito: riconquistare gli spazi, eliminare gli ostacoli, sgomberare il campo dalle prevaricazioni tipiche dell’agire mafioso, rendere possibile l’opera di costruzione del nostro futuro. È compito suo rendere quell’opera di costruzione agevole e senza ostacoli: è compito nostro proseguirla e completarla, è compito nostro far capire alle altre componenti della società civile (la scuola, la chiesa, la politica, le associazioni, il volontariato, ecc.) che la strada da percorrere, tutti insieme, è una sola e deve tendere, con le parole e l’esempio, a rendere immune quel percorso virtuoso di ricostruzione da colpevoli ricadute. Ognuno di noi avrà l’occasione di proseguire e completare l’opera che qualcun altro ha iniziato.

     

    Quando quell’occasione si presenterà prendiamoci per mano, rompiamo il silenzio, diventiamo una cosa sola, non abbassiamo la testa, manifestiamo con forza le nostre idee, i valori del nostro percorso antimafia. Solo allora saremo sicuri che quell’occasione non verrà sprecata, che siamofinalmente giuntiad unapasso dal raggiungere l’obiettivo finale che ognuno di noi si è dato: sconfiggere lemafie! L’unicogrande dovere morale di ogni cittadino italiano! Questo pensiero è per te, cara Adriana, per ringraziarti della tua straordinaria capacità di dare voce alle avversità, di rompere il silenzio, di dichiarare senza sottintesi che a tutti noi è consentito stare solo dalla parte giusta: quella della legge!